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Le farfalle sono da sempre simbolo del cambiamento, della delicata bellezza e, perché no, dell’anima: nell’iconografia del paradiso cristiano, spesso l’anima che Dio ha dato al corpo di Adamo ha impalpabili ali di farfalla. 

Dunque, oltre alla bella frase di Quintana, le farfalle mi sono venute in mente anche mentre cercavo nuove idee per la vetrina di un negozio di ottica. Perché non ricreare una magica Casa per le Farfalle, con grandi ed eleganti voliere metalliche in cui gli occhiali diventano aggraziati insetti?

L’idea ha preso forma insieme a farfalle e fiori realizzati con materiali destinati ad altri utilizzi, come reti e un sottile fil di ferro, ricreando un colpo d’occhio primaverile che apre idealmente il negozio all’esterno, abbattendo muri e diaframmi. 

Lo sguardo abbraccia questo piccolo panorama di leggerezza che invita alla visita. Entrare a curiosare, colmi di stupore, significa regalarsi un momento unico, un’esperienza di bellezza lieve e colorata come le ali di una farfalla.

Ci hai mai pensato? Fra due cose, ugualmente utili, scegliamo inevitabilmente quella più bella. La bellezza è una lusinga irresistibile, un magnete d’emozioni. Ecco allora che la bellezza in vetrina diventa desiderio e preludio all’esperienza d’acquisto.

Il grande poeta e scrittore brasiliano Mario Quintana scrisse “Il segreto non è prendersi cura delle farfalle, ma prendersi cura del giardino, affinché le farfalle vengano da te ”.

Ecco, credo che in questa frase ci sia tutto il senso del mio lavoro di vetrinista. Cosa facciamo noi visual designer se non creare attrazioni visive capaci di valorizzare i prodotti e, di conseguenza, stimolare la vendita? Il segreto di cui parla Quintana credo si possa interpretare anche così: se ti preoccupi solo di vendere un prodotto, non ottieni gli stessi risultati che avresti rendendolo più bello e interessante agli occhi della gente! In fondo, la vetrina non fa altro che trasformare i prodotti in oggetti del desiderio.

Cesena 22/08/2014

Fiori a colazione

Ciò che è bello per gli occhi è davvero sempre buono anche al palato? Me lo sono chiesto lavorando a un progetto di allestimento scenografico dei buffet per il prestigioso Palace Hotel di Milano Marittima, in collaborazione con Bartolotti di Cervia.

Sono convinta che la bellezza debba essere un ingrediente fondamentale della nostra dieta quotidiana. Nutrirsi di bellezza rende la vita migliore e trasforma anche la consuetudine in eccezionalità. L’esperienza accumulata in oltre vent’anni di vetrine mi ha portato a ricercare la bellezza nei più disparati ambiti merceologici, facendomi toccare con mano il suo potere seduttivo. Ma vale lo stesso principio anche per il cibo? Ciò che è bello è anche buono?

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Materiali, colori, atmosfere e novità della shopping experience ai tempi della crisi.

Una vetrina è sempre un luogo di seduzione che attira l’attenzione, tenta lo sguardo e stuzzica l’immaginazione. Apre un dialogo fra cose e persone che contribuisce al fascino dei nostri centri storici e rilancia i consumi. Ai tempi in cui la crisi continua a mordere, anche la vetrina è costretta a cambiare, nella forma e nella sostanza.

Oggi i centri delle nostre città d’arte, invidiate in tutto il mondo, sono monopolio delle grandi marche internazionali. Passeggiando per le vie dello shopping di Roma, Firenze, Venezia, ci si imbatte praticamente nella stessa sequenza di vetrine. Il calo dei consumi ha favorito le grandi catene, che portano ovunque gli stessi prodotti e la stessa esperienza d’acquisto, standardizzata e uguale a se stessa praticamente ovunque. Si rischia così di perdere la personalità del negozio, la sua capacità di essere unico, di mettere in vetrina spettacoli emozionanti a beneficio della gente, anche di chi non concluderà mai un acquisto.

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In questi tempi più di ogni altro, viviamo e respiriamo il clima delle difficoltà economiche nel riuscire a sostenere le nostre attività commerciali e mantenere monitorato l’interesse verso il nostro negozio e i nostri prodotti.

Molte attività professionalmente non riescono in questo difficile compito e spesso l’affitto troppo alto è la prima importante causa che mette in ginocchio un attività e porta il titolare ad abbandonare il mondo del commercio e di conseguenza chiudere il loro negozio.

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L’arte fa vendere? L’arte in vetrina è provocazione o abile marketing? Cos’è l’arte?

Beh, ne sono state date talmente tante definizioni, a volte anche contradditorie, che è difficile per me anche solo tentare di dare una risposta. Però di una cosa sono sicura: l’arte non lascia indifferenti. A volte fa discutere, a volte lascia a bocca aperta, altre volte è un mistero che seduce, destinato a ritornare alla memoria per tutta la vita. È in ogni caso qualcosa che apre un dialogo con il pubblico. Proprio come una vetrina.

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In qualità di Organizzazione partecipante alla rete di imprese “Percorsi erratici”, condividiamo la mission di collaborare in modo aperto ed inclusivo alla definizione di progetti innovativi attraverso l’impiego delle conoscenze e delle capacità aziendali nell’ambito dei rapporti di cooperazione che si potranno instaurare tra le organizzazioni partecipanti in relazione alle innovazioni di prodotto e servizio individuate; inoltre condividiamo l’intento di finalizzare le innovazioni prodotte ad un generale miglioramento della qualità della vita.

Nasce a Cesena il negozio temporaneo “Confà”, che porta in centro storico una scelta di proposte commerciali di qualità, offerte allo sguardo dei passanti dalle mie vetrine.

La vetrina è arredo urbano. Non la pongo come domanda, ma come dato di fatto. Non fraintendetemi, non è per difendere la categoria a cui – orgogliosamente – appartengo, ma è perché le vetrine sono senza ombra di dubbio degli attrattori, dei magneti per lo sguardo, piccoli teatri dove mettere in scena spettacoli emozionanti a beneficio della gente.

Chi passeggia volentieri in un centro storico costellato di stinti cartelli “vendesi” e “affittasi”, serrande abbassate, vetri sporchi e spazi desolantemente abbandonati?

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Si moltiplicano le vendite promozionali in vista delle festività natalizie. Come affrontare in vetrina l’inevitabile effetto svalutazione?

La vetrina è un invito, una seduzione che rende invisibile il diaframma fra noi e l’oggetto dei nostri desideri e ci spinge a entrare in negozio a conoscerlo, vederlo da vicino, toccarlo. Ma cosa succede quando l’oggetto dei nostri desideri si deprezza improvvisamente?

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Ecco una domanda antipatica, che sottovaluta in partenza un lavoro importante. La risposta è tutt’altro che scontata.

“Che ci vorrà mai a fare una vetrina!” sento talvolta esclamare o mormorare a mezza voce da qualcuno. Guarda caso, spesso si tratta di negozianti alle cui vetrine non si regala che uno sguardo distratto, una specie di rapido inventario visivo e poi via, verso mete più interessanti.

Ecco, chi sottovaluta la professione di vetrinista sottovaluta il potere di seduzione di una bella vetrina, la sua capacità di attrarre l’attenzione, di tentare l’occhio e stuzzicare l’immaginazione...

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Quando è di scena frutta e verdura, tutto può succedere. Anche che una vetrinista impari qualche nuovo trucco fra pomodori e patate.

Mi piacciono le sfide. Che siano gioielli, indumenti, occhiali, pizzi, mi piace mettermi ogni volta in gioco per trovare modi nuovi per valorizzarli. In quasi venti anni spesi a fare vetrine, non mi sono mai arresa alla routine, pronta a rimboccarmi le maniche per mettere testa, mani e cuore al servizio di un progetto: vetrine, certamente, ma anche allestimenti scenografici e fieristici. L’impegno è lo stesso: trovare un’idea e trasformarla in spazio, per invitare ad avvicinarsi e ad aprire un dialogo fra cose e persone.

Quando pensi di averle provate un po’ tutte, ecco che arriva una novità...

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