Che ci vuole a fare una vetrina?

Ecco una domanda antipatica, che sottovaluta in partenza un lavoro importante. La risposta è tutt’altro che scontata.

“Che ci vorrà mai a fare una vetrina!” sento talvolta esclamare o mormorare a mezza voce da qualcuno. Guarda caso, spesso si tratta di negozianti alle cui vetrine non si regala che uno sguardo distratto, una specie di rapido inventario visivo e poi via, verso mete più interessanti.

Ecco, chi sottovaluta la professione di vetrinista sottovaluta il potere di seduzione di una bella vetrina, la sua capacità di attrarre l’attenzione, di tentare l’occhio e stuzzicare l’immaginazione...

E poi, sottostimare il lavoro altrui, specie per quanto riguarda i mestieri creativi, è purtroppo un vezzo tutto italiano. “Ho visto tante belle vetrine, cosa ci vorrà mai per farne una altrettanto bella?” è un’affermazione sensata solo in apparenza, perché seguendo questa linea di pensiero potrei dire “Ho attraversato tanti ponti, cosa ci vorrà mai a farne uno?”.
Per fare un ponte servono fior di ingegneri, architetti, costruttori. Per fare una vetrina servono meno persone, è ovvio, ma il livello di professionalità, competenza ed esperienza è del tutto confrontabile.

Perché fare una vetrina richiede un lavoro di progettazione che segue precise regole, fondate sulla percezione visiva. Lo sguardo si può catturare, solleticare, condurre dove vogliamo: basta saperlo fare. Poi, dopo la mente, tocca alla mano mettersi all’opera, costruendo con grande attenzione il percorso visivo, fatto di oggetti, colori, contrasti, superfici, sfumature. Il controllo ferreo di ciò che si espone allo sguardo è una caratteristica irrinunciabile per ogni vetrinista professionista. Sono i dettagli a creare l’insieme e vi assicuro che un colore stonato, un fiocco sbiadito, una macchia di colla si notano clamorosamente.

Poi serve un’altra cosa, più difficile da descrivere e quantificare. La stessa cosa che rende lo stesso vestito completamente diverso quando indossato da due donne diverse. Perché una sembra nata per indossarlo e l’altra è rigida come un manichino dei grandi magazzini? Forse perché la prima ha compiuto una scelta personale, si è fatta guidare dall’istinto, da un’attenta valutazione del proprio aspetto fisico, si è basata sul proprio gusto, la propria personalità e senso estetico. In una scelta apparentemente banale ha messo il cuore. La seconda, probabilmente, si è fatta guidare dalla fama dello stilista, dai consigli di qualcun altro, dalla pubblicità patinata di una rivista. Ecco, credo che per il mio lavoro, oltre alla mente e alla mano, serva anche mettere il cuore. Ecco perché non faccio mai due volte la stessa vetrina.

In definitiva, chi sottovaluta il mestiere di vetrinista sottovaluta il pubblico, che è davvero un osservatore molto più attento ed esigente di quanto potrà mai immaginare. Posso dire per esperienza, con quasi vent’anni di vetrine sulle spalle, che sarà proprio il pubblico a sottovalutare il suo negozio, mettendoci piede il meno possibile.